Io ho 48 anni. Quando ho cominciato a lavorare, mi sono trovato con un’azienda che mi ha offerto tanti aspetti positivi. Il fatto di avere l’80% della proprietà in un unico accorpamento su una collina è un grandissimo vantaggio ed è già la base di un organismo agricolo, perché è già tutto vicino.
Il fatto di avere già l’acqua, di avere già una cantina pronta, dei magazzini già pronti, da ristrutturare nel corso del tempo, ma già delle strutture ampie, per me sono state un grandissimo vantaggio.
D’altro canto, invece, avevo un’azienda che non rispecchiava esattamente la mia visione della vita e del mondo. Quindi ho dovuto utilizzare le cose che già c’erano, importanti, strutturali, e adattarle alla mia nuova visione.
Le mie idee, soprattutto di mio papà e di mia mamma, sono state prese molto bene, perché per loro era un po’ come ritornare bambini, perché negli anni ’50, ’60 era normale in un’azienda di Langa avere animali, avere il grano, avere il mais per fare la polenta, avere gli alberi da frutta che potevi mangiare e fare la marmellata: era la normalità.
Io ho fatto la scuola enologica, dopo ho anche girato un po’, perché comunque il nostro vino viene esportato per il 70% fuori dall’Italia, quindi è stato per me molto importante anche vedere come funzionava il mondo fuori da qua. E tanti concetti poi li ho anche riportati, li ho riportati in azienda con una visione un pochettino diversa.
Adesso viaggio di meno di una volta, ma anche adesso viaggio, però mi sono concentrato poi soprattutto negli ultimi 15-18 anni sulla ri-creazione di questo ecosistema.
Una frase che uso sempre è che ho imparato a disimparare.
Cioè, mi avevano detto che certe cose funzionavano in un certo modo e poi ho dovuto disimpararle per ricreare un modo nuovo di agire. Infatti quello che io ho imparato nelle varie scuole era esattamente il contrario di quello che volevo fare io.
E quindi ho dovuto proprio disimparare quello che mi avevano insegnato in determinati ambienti.
Cioè io quando ho fatto la scuola enologica, purtroppo ancora adesso è così, perché mia figlia la fa e non è cambiato nulla da questo punto di vista, l’erba è la tua nemica numero uno, i trattamenti sistemici, gli erbicidi sono fondamentali.
Io voglio mostrare che c’è un’altra possibilità.
per fortua oggi i ragazzi hanno una sensibilità tale che se tu gli fai vedere un terreno morto o un terreno vivo, lo capiscono che la strada più vicina al proprio istinto naturale è quella di avere il terreno vivo. È chiaro che poi se uno va avanti e vede come si fa a rispettare un terreno vivo, smette di fare un sacco di azioni e quindi il mondo cambia. Certo.
Chi in questo momento gestisce il mondo, probabilmente questo cambiamento non lo vuole.
Enrico Rivetto, Serralunga d’Alba (CN)

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