Ritmo

Il ritmo è la condizione che porta equilibrio, porta armonia e porta salute. Nel ritmo noi stiamo bene.

La natura è praticamente ritmo, cento per cento ritmo.
Le piante vivono proprio in un flusso ritmico, fin dalla loro forma. Vediamo come crescono: mettono una fogliolina a destra, una fogliolina a sinistra, e vanno avanti a ritmo.
Il ritmo dà una certa forza alla vita. Ogni volta che la vita entra in un ciclo ritmico diventa molto forte.
Ogni volta che il ritmo viene spezzato entra un elemento di novità che la natura deve accogliere.

Anche per noi è così: ogni volta che percepiamo qualcosa, per esempio quando piove, riceviamo un’impressione esterna e questa impressione esterna rompe il nostro ritmo.
Noi dobbiamo quindi rimodularci in virtù dell’agente esterno. Questo è un processo utile, perché in questo modo il ritmo evolve, in quanto c’è un elemento nuovo che deve essere assorbito.

Il problema è che oggi siamo bombardati da elementi esterni.
La maggior parte della nostra quotidianità è impegnata nel controllare continuamente gli stimoli esterni, e questo ci impedisce di dare energia al ritmo e di portare attenzione al ritmo.
Ma il ritmo deve andare avanti per forza, perché se non c’è un ritmo interno noi moriamo.
Nel momento in cui il ritmo si interrompe diventiamo prima malati e poi moriamo.

La pianta è un’espressione eccezionale di questo ritmo, perché è quasi solo ritmo.
L’animale è molto legato allo stimolo esterno: ha fame, vede il giorno, vede la notte, sente il caldo, la pioggia, eccetera. La pianta invece procede sempre a ritmo.

Per esempio, oggi, che è da una settimana che piove, nel ritmo della pianta c’è comunque il fare il fiore, anche se questo comporterà magari la perdita del frutto.
La pianta segue il suo ritmo e va comunque a fiore, anche rischiando.
Ha tutta una serie di capacità per proteggere il pistillo, ma principalmente segue il suo ritmo.

L’animale invece sceglie.
Se cambiano le temperature, come accade con il cambiamento climatico, gli uccelli che si nutrono di insetti riescono a sopravvivere modificando leggermente la rotta; altri, nutrendosi di semi, riescono a cavarsela in un altro modo.

L’uomo ha una possibilità in più, perché ha la capacità di gestire meglio lo stimolo esterno, mentre la pianta ne ha meno.

L’essere umano, nei primi sette anni, è praticamente solo ritmo, completamente ritmo.
Gli organi interiori per gestire gli stimoli sono appena abbozzati e quindi, appena arriva uno stimolo esterno che non sa gestire, chiama la mamma, perché nella sua configurazione è fatto così.

L’agricoltore è proprio colui che accompagna e vive completamente nel ritmo della natura.
Se osserviamo una vita agricola tradizionale, vediamo un ciclo continuo nelle quattro stagioni, e l’agricoltore si muove continuamente al servizio della pianta, al servizio della germinazione, al servizio della maturazione e così via.

Anche in agricoltura oggi questo ritmo è spezzato, perché vogliamo lavorare con orari fissi, per esempio otto ore al giorno, e questo complica molto le cose per la pianta.
Se noi andiamo a sarchiare la pianta, cioè a muovere un po’ la terra, a mezzogiorno, facciamo entrare molto caldo nelle radici e nascono molte difficoltà.

Dobbiamo considerare che anche la pianta è in un sistema ritmico:
al mattino inspira le forze della notte, la rugiada, l’umidità, che vanno verso il suolo,
e durante il giorno espira, con l’evaporazione fogliare, facendo uscire l’acqua che ha preso dal sottosuolo e portandola verso l’alto.

Come agricoltori dovremmo stare dentro questo ritmo, perché noi seguiamo la pianta che poi trasmette questo ritmo nel frutto.
Se invece lavoriamo applicando solo i nostri orari, una volta non succede niente, ma se lo facciamo per tutto il ciclo vitale della pianta, questa si trova in difficoltà.

Pensiamo al seme, che è il sistema attraverso il quale avviene la fecondazione.
Nell’impollinazione, se potessimo osservare un fiore e il movimento dei pollini con una telecamera capace di vedere le temperature, vedremmo delle correnti di calore che si muovono nell’aria.
Per noi sono quasi invisibili, ma gli insetti le vedono molto bene.

L’ovario è proprio un punto di calore nella pianta e il pistillo è un punto di luce.
Con la fotosintesi clorofilliana, che crea la clorofilla all’interno della pianta, la pianta in un certo modo sublima gli zuccheri e porta i suoi zuccheri migliori nei nettari, mentre quelli più grossolani scendono verso il basso formando la lignina.
C’è quindi una sublimazione degli zuccheri, che sono direttamente legati alla fotosintesi, quindi alla luce.
Così avviene l’incontro tra la luce del pistillo e il calore dell’ovario, e da questo incontro nasce la fecondazione.

La stessa cosa accade con un’altra grande fecondazione, che è la più importante e che oggi è completamente dimenticata: quella del seme che entra nella terra.
È un atto talmente importante che, nei tempi antichi, solo i sacerdoti potevano compierlo.
Ci si era resi conto dell’enorme potere dell’uomo di mettere il seme nel terreno, un potere degno dei rituali più importanti, in civiltà come quella dei Persiani e dei Babilonesi, che hanno sviluppato l’agricoltura.

Pensiamo che il seme è praticamente una spugna che attira a sé qualunque cosa.
Molte popolazioni indigene mettono i semi in bocca e li tengono per qualche minuto, portandoli alla temperatura del proprio corpo e donando la saliva, che è ricca di enzimi: è come un primo liquido, quasi una placenta.
Poi vanno a seminare, e c’è sempre una centratura da parte di un uomo e di una donna che si connettono al seme prima di seminare, immaginando la pianta che nascerà.

Pensiamo invece a come funziona oggi l’agricoltura.
Abbiamo un seme conciato, cioè ricoperto di veleno, perché si pensa che così non venga mangiato dalla fauna del suolo.
Una volta conciato, viene inserito in una macchina che, con un ritmo meccanico, butta il seme nella terra e lo irriga.
Il veleno si scioglie subito nella zona attorno al seme, e quindi la prima cosa di cui il seme si nutre è proprio quel liquido avvelenato, che si porterà dietro per tutta la vita della pianta.

Siamo molto lontani dall’immagine delle popolazioni indigene che mettevano il seme in bocca e poi seminavano seguendo un ritmo, e seguendo anche i ritmi cosmici: la posizione della luna, delle stelle, il ritmo del cosmo rispetto alla nascita della pianta.

Il percorso del seme è molto simile a quello dell’essere umano.
Il seme vibra, poi fa una radichetta, e mette un cordone ombelicale con la madre.
Dopo escono i dicotiledoni, due foglioline che sono uguali per qualunque pianta.
È un processo di pura vita, in cui non c’è ancora l’individualità della pianta: non riconosciamo che pianta abbiamo davanti quando vediamo i dicotiledoni.

Solo dopo nasce la terza foglia, che è la foglia propria di quella specie, e allora capiamo se è un’insalata, uno zucchino, un pomodoro.
Qui entra il principio dell’individualità, esattamente come il bambino quando, a un certo punto, dice “io”.

Nella pianta questo avviene con la terza foglia.
Alla pianta non servono tre anni per dire “io” come al bambino, ma pochi giorni per le piante annuali, o qualche mese per quelle perenni.

Ci sono molte similitudini nella vita, che alla fine rispondono a regole universali nei vari ambienti.
Poi si sviluppano evoluzioni diverse nell’ambiente umano e nell’ambiente vegetale, ma da lì in avanti tutto è cura e ritmo.

In base a come si muove la pianta, l’agricoltore deve intervenire mantenendo questo rapporto tra madre terra, radice e pianta, e poi con l’entrata nella luce, capire se è necessario coprire, se c’è troppa insolazione, oppure se bisogna favorire la luce.

Sicuramente il modo in cui l’agricoltore entra nel ritmo della pianta, e il modo in cui si muove anche interiormente nel lavoro che fa, cambia la parte finale, cioè il frutto.

Cambia soprattutto la capacità della pianta di autodifendersi.
Si vede veramente una differenza incredibile.
Le piante sono esseri che, se non vengono completamente frastornati e riescono a stare nel loro ritmo, se sviluppano una presenza forte sia nelle radici sia nei tessuti, sono in grado di difendersi quasi da sole e hanno gli strumenti per crescere sane.

Perché se c’è un ancoraggio alla terra molto forte, la pianta è sana.

Oggi tutta l’agricoltura è basata sul frutto, cioè sui chili che vogliamo raccogliere.
Quasi nessun agricoltore sa che forma ha la radice della pianta che coltiva; lo sanno solo gli anziani.

Pensiamo che il fittone, che è la radice dell’ancoraggio, viene tagliato in quasi tutti i vivai.
È come se si togliesse alla pianta il cordone ombelicale, e la pianta non riesce più ad ancorarsi.

Eppure oggi il fittone viene visto solo come un sostegno fisico, e si pensa che mettere un bastone sia la stessa cosa.
Ma non è così.
Il fittone è un ancoraggio profondo nella madre, nella terra.
È quasi un prolungamento della pianta verso il basso, e tutte le piante ce l’hanno.

Chi ha provato a estirpare una piantina selvatica alta pochi centimetri sa che bisogna fare una grande fatica, perché il fittone la radica profondamente e le dà una coesione fortissima.
Non è solo un sostegno.

Se cadono dei semi di pomodoro nell’orto e nascono da soli, senza irrigazione, senza sostegno, senza cure, quelle piante spesso resistono.
Invece, quando piantiamo una piantina di vivaio e non la bagniamo per quindici giorni, muore.

Nel caso del seme caduto nella terra, la pianta è più forte, perché si è creato un radicamento profondo con la madre, con la terra.

Stefano Vegetabile, 25/03/2025

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