In questi ultimi venti anni il ruolo della filiera corta ha rappresentato per un numero crescente di ricercatori un’importante sfida teorica ed empirica, e ha consentito un aggiornamento di principi ritenuti fino a pochi anni fa immodificabili. Insieme alle produzioni biologiche e alle indicazioni geografiche, la filiera corta ha infatti dimostrato come la libera circolazione delle merci non debba necessariamente portare alla standardizzazione dei prodotti e dei territori, e come il mercato unico europeo non sia di per sé incompatibile con la costruzione di sistemi alimentari territoriali in grado di rispondere ad una domanda sempre più diversificata e sensibile a temi etici. Se da una parte le politiche comunitarie di qualità sostengono l’azione dei piccoli produttori e dei territori nella segmentazione del mercato attraverso i vari schemi pubblici di qualità, è oggi possibile osservare come l’alleanza tra agricoltori, piccole imprese alimentari, società civile, amministrazioni locali e consumatori-cittadini sviluppatasi intorno allo sviluppo rurale sia in grado di costruire alternative reali ai soggetti forti della filiera sui mercati, proponendo strategie di differenziazione che fanno leva sulla mobilizzazione di valori non commerciali. Gli strumenti di sviluppo rurale attualmente disponibili consentono oggi di sostenere il consolidamento di reti infrastrutturali – magazzini, impianti di trasformazione, piattaforme logistiche, mercati dei produttori – in grado di favorire le piccole dimensioni, la diversità e l’avvicinamento tra produttori e consumatori. Le politiche del public procurement aprono nuovi sbocchi di mercato alle produzioni di qualità (Galli e Brunori, 2012) richiedendo al tempo stesso un adeguamento delle infrastrutture e stimolando la ricerca di forme di coordinamento tra le imprese agricole, ad esempio attraverso la realizzazione di contratti di rete. Le tecnologie dell’informazione rendono meno costosa la gestione della diversità – ad esempio in relazione alla rintracciabilità dei processi, alla creazione dei cataloghi, alla comunicazione con i consumatori, alla gestione degli ordini – favorendo nuove configurazioni relazionali e rendendo meno necessaria l’intermediazione. La partecipazione attiva di nuovi soggetti sul mercato favorisce – come nel caso degli ogm, dell’olio di palma, dell’impronta ecologica, del benessere animale, del fair trade – l’ibridazione della sfera di mercato con la sfera pubblica (Brunori et al., 2013) facilitando, attraverso l’informazione, l’educazione e la pubblica discussione, la problematizzazione etica dei comportamenti di consumo, sviluppando nel consumatore il senso della responsabilità proprio del concetto di cittadinanza e portandolo a rivedere le routine di consumo. Tutti questi aspetti mostrano processi di ‘costruzione sociale del mercato’ che precedono e influenzano le transazioni. Se in una concezione di mercato di tipo convenzionale il comportamento del consumatore è del tutto indipendente dalla preoccupazione per gli altri e per il bene della comunità, il concetto di mercato che si afferma nel caso della filiera corta è fortemente permeato dai temi etici, e l’interazione tra attori della filiera appare sempre più finalizzato alla condivisione di significati piuttosto che alla formazione del prezzo, che risulta conseguenza di questa condivisione. Quale futuro per la filiera corta Da strumento per il consolidamento di reti alternative ad un sistema dominante, e dunque espressione di un’identità radicalmente alternativa ad esso, le filiere corte sono oggi viste come un fattore di innovazione e di riequilibrio dell’intero sistema, in competizione ma non necessariamente in opposizione ad altre configurazioni. In primo luogo, uscendo da un circuito ‘alternativo’ le filiere corte saranno sempre di più tenute a dimostrare l’effettivo livello di sostenibilità, anche nel confronto con le filiere lunghe (Tregear, 2011). Questo potrebbe implicare l’adozione di strumenti di misurazione rigorosi della performance ancorché adeguati alle loro caratteristiche (Brunori et al., 2016). In secondo luogo, alle filiere corte potrebbe essere richiesto di contribuire in modo sostanziale al consolidamento dei sistemi alimentari urbani. Sotto questo aspetto, molto dipenderà da come si orienterà il quadro di policy. Se, come risulta dal dibattito in corso, il centro dell’attenzione si sposterà dall’agricoltura al cibo, dalla produzione ai consumi, dai sistemi rurali ai sistemi urbani, le nuove politiche alimentari dovranno affrontare nuovi temi – il rapporto tra cibo e nutrizione, lo spreco, la responsabilità di impresa, l’assistenza alimentare ai gruppi più bisognosi – e includere nuovi soggetti – trasformatori, distributori, fornitori di servizi, autorità sanitarie, organizzazioni non governative – nella distribuzione dei ruoli e delle responsabilità.
Se finora le città hanno potuto delegare ai soggetti forti della filiera e alle politiche agricole e rurali la gestione dell’accesso e dell’utilizzazione del cibo, nella presunzione che la regolazione di questi aspetti potesse essere affidata al mercato o alle norme comunitarie e nazionali, nel prossimo futuro le città si troveranno a dover definire strategie alimentari in grado di affrontare la multidimensionalità e complessità dei temi relativi al cibo, perseguendo il coordinamento dei diversi settori amministrativi intorno ad un quadro di intervento unitario, come sottolinea il patto di Milano sottoscritto nel 2015 da 140 città italiane (Ipes-Food, 2017). Con adeguati strumenti e attraverso la sinergia con gli altri livelli di governance come quello regionale, nazionale ed europeo, le città sono infatti gli ambiti più adatti alla gestione dei temi dell’ambiente, della salute, della competitività dei sistemi produttivi, dell’accesso da parte dei gruppi più vulnerabili, della cultura che riguardano il cibo. Il punto centrale delle politiche alimentari urbane è la possibilità di agire sull’ambiente alimentare, ovvero dell’insieme dei fattori materiali e immateriali che influenzano le scelte dei consumatori, rendendolo maggiormente plurale rispetto ad una situazione in cui operano solo i soggetti forti della filiera. Alle città è infatti demandata l’allocazione degli spazi commerciali, del rapporto tra aree agricole ed aree urbane, la prevenzione sanitaria, la gestione dei rifiuti, l’educazione, l’informazione. In questo caso le filiere corte possono rappresentare un elemento strategico. Privilegiando la produzione fresca rispetto a quella trasformata e proponendo una comunicazione personale tra agricoltori e consumatori, coinvolgendo la società civile e stimolando l’interazione tra consumatori, le filiere corte rafforzano il processo di costruzione di stili di consumo sostenibili. Ad esempio, l’apertura di farmers’ markets in zone dove in assenza di attenzione sopravviverebbe solo la distribuzione organizzata, consentirà di ampliare la libertà di scelta dei consumatori, esponendoli ad una gamma di prodotti e ad un flusso di informazioni aggiuntivi rispetto a quelli forniti dagli altri canali. Il sostegno ai gruppi di acquisto attraverso il supporto logistico o fiscale può favorire la partecipazione dei consumatori e delle organizzazioni della società civile alla definizione di norme sociali per il consumo. La presenza di una solida rete di filiera corta in città è anche lo strumento per favorire la partecipazione degli agricoltori alle politiche urbane sul cibo. Strumenti di partecipazione in grado di favorire il coordinamento con gli altri soggetti del sistema potrebbero favorire sinergie e collaborazione per la condivisione e la realizzazione di finalità pubbliche.
Gianluca Brunori a, Francesca Galli, Filiera corta e politiche alimentari: quali scenari? in Agriregionieuropa anno 13 n°50, Set 2017

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