“ Ieri abbiamo tosato. Almeno una volta all’anno bisogna tosare le pecore. Una volta la tosatura era una festa. Le nostre sono pecore sambucane, demontine, da noi le chiamavamo i fee fine, dalla lana fina adatta ad essere filata. Oggi la lana non vale più niente, nessuno la ritira, è un rifiuto speciale per il cui smaltimento bisogna pagare.
La lana sucida è pericolosa, può portare malattie, quasi come le terre contaminate, radiazioni animali. L’anno scorso, anche sui nostri pascoli, a oltre millecinquecento metri, è arrivata l’epidemia di lingua blu. Una decina di pecore si sono addormentate, tra virgolette. Epidemia giunta dall’Africa a causa del cambiamento climatico. Nessuno però ce le ha pagate. Ad ottobre il lupo, quello ce lo aspettavamo. Ogni anno, a fine estate, quando le greggi transumanti se ne vanno, il lupo passa con le prime nebbie dell’autunno. Nebio scuro, lou loup in pasturo, nebi baso, lou loupo passo, dice il nostro proverbio. Ormai da una ventina d’anni dobbiamo mettere in conto il sacrificio al lupo. Sacrificio al lupo tra virgolette. A dire il vero, non è un’offerta sacrificale al lupo che ci viene imposta, ma il sacrificio offerto alla falsa coscienza ecologista della nostra società globalizzata. Il lupo ha sempre fatto il lupo, ma i nostri antenati pastori potevano fare i pastori e difendersi. Ora è proibito, bisogna, tra virgolette, convivere. Una convivenza impossibile per il pastore, ancor meno considerando l’infimo valore economico delle pecore.
Ieri abbiamo tosato, oggi ciaramaio, nevica ancora. Guardo fuori, il costone della montagna di fronte è disseminato di piccole borgate, nello scorcio chiaroscuro della neve che scende. Borgate vuote, in mezzo piccoli fazzoletti di radure bianche. Tutto il resto della montagna è ormai solo bosco, un quadro in bianco e nero, senza colori, senza vita. Eravamo quasi mille persone un secolo fa, in questo vallone di Coumboscuro. Oggi siamo una ventina. E allora si stringe il cuore, rimanere ancora? A fare cosa? La nostra è una cultura, una civiltà giunta alla fine, destinata a morire. Libera civiltà alpina, che per secoli ha saputo creare vita, cultura su queste montagne, ora sta morendo.
Il lupo? Uno dei tanti problemi per chi resiste, ma il lupo non uccide solo le pecore, il lupo uccide la nostra voglia di restare quassù, di resistere quassù….Noi non siamo transumanti, la nostra scelta di rimanere è stata una passione per la nostra montagna, una malattia, forse. Ma dalla malattia o si guarisce o si muore.
Della montagna si è parlato tanto ultimamente, tanti soldi apparentemente regalati, buttati. Ma per cosa? Per chi? Aree interne, PNRR, legge sulla montagna. E, emblematico, il caso di Elva, Valle Maira. Venti milioni del PNRR per venti persone veramente residenti tutto l’anno. Ma con venti milioni nessuno ha voluto decidere di ricostruire la strada che risale il vallone, sbocco naturale di Elva. Ad Elva si arriva solo dall’alto, valicando il colle che la separa dal vicino vallone di Stroppo. Venti milioni di PNRR per fare un polo universitario, un giardino botanico, spa di lusso, a cui si arriva solo con l’elicottero. E vorrebbero che la gente, che le aziende agricole resistessero ad Elva?
Ci sono più lupi che bambini ad Elva, ci sono più lupi che bambini su tutte le nostre montagne, ormai. Ed il lupo è protetto, noi, gente di montagna, no. ”
Anna Arneodo, Sancto Lucìo de Coumboscuro

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